lunedì 11 marzo 2013

Anteprima “11 Settembre 1683”

Il nuovo film di Renzo Martinelli (“Barbarossa”), nelle sale il prossimo 11 aprile, è dedicato ad una delle grandi battaglie che hanno segnato la Storia: il secondo assedio di Vienna, datato 1683.

La battaglia descritta nel film è quella decisiva, che si svolse l’11 ed il 12 settembre, dopo due mesi di logorante assedio. Da una parte il re polacco Jan III Sobieski, che comandò l’esercito austro-tedesco e polacco, mentre l’imperatore Leopoldo I ed il papa Innocenzo XI si occuparono di diplomazia “ufficiale” ed accordi segreti.

Dall’altra l’esercito ottomano guidato dal Gran Visir Kara Mustafa Pasha, che era arrivato alle porte di Vienna il 14 luglio 1683. Questa battaglia decise le sorti del mondo, rappresentando la fase finale del lungo scontro tra la Lega Santa e l’Impero Ottomano, che si risolse con la Pace di Karlowitz. 

Nel film il personaggio di rilievo è Marco da Aviano, che ebbe il compito di incitare l’esercito cristiano, ormai allo stremo delle forze e ricreare La Lega Santa, promossa da Innocenzo XI. 

Il budget del film è di 12 milioni ed il cast notevole: F. Murray Abraham, nel ruolo di Marco da Aviano, Enrico Lo Verso, in quello di Kara Mustafa, Jerzy Skolimowski che interpreta il re Jan III Sobieski e, ancora, Piotr Adamczyk, Matteo Branciamore, Antonio Cupo, Giorgio Lupano e Isabella Orsini. 

Il film ha due titoli: “September Eleven”, per le sale cinematografiche e “Marco da Aviano” per le due puntate televisive che andranno in onda prossimamente. 

La sceneggiatura è stata scritta dallo stesso Martinelli e da Valerio Massimo Manfredi
I due autori si sono basati sul libro di Carlo Sgorlon, “Il Taumaturgo e l’Imperatore” (Mondadori, 2003), che ripercorre le vicende di Marco da Aviano, considerato un predicatore carismatico ed un vero e proprio trascinatore di folle.

Una prima polemica sul film, però, c’è già stata e riguarda la frase riportata sulla locandina: “Sapevi che la data dell’11/9 non è casuale?” Alcuni hanno già dichiarato che parole simili servono solo a creare tensioni e provocazioni. 


Sinossi ufficiale

L’11 settembre 1683 trecentomila guerrieri chiamati da ogni angolo dell’Impero Ottomano tengono Vienna sotto assedio. Sono comandati dal Gran Visir Kara Mustafa, al quale il Sultano di Istanbul ha affidato il vessillo del Profeta: lo stendardo verde con la luna crescente dorata che la tradizione rivendica essere appartenuta al Profeta Maometto in persona. 
Lo scopo della loro aggressione è di issare quella bandiera su tutte le capitali d’Europa, tra le quali, in ultimo, Roma, la culla della Cristianità. L’apparizione di una cometa luminosa nei cieli, viene interpretata come un segno di Allah che promette una gloriosa vittoria dell’Islam e la sottomissione dell’Europa cristiana. 
I cavalli arabi si abbevereranno presto alle fontane di Piazza San Pietro. Nonostante due mesi di resistenza eroica, il destino di Vienna sembra segnato: colpi di cannone dell’esercito turco hanno fatto breccia nelle mura in diversi punti, aprendo la via per una rapida incursione della cavalleria tartara affiancata ai giannizzeri del Visir. 
Le sortite sono sempre più feroci e frequenti. L’11 settembre – alle prime luci dell’alba – un monaco cappuccino tiene messa in cima alla collina che sovrasta la città. Poi, con un ultimo appassionato sermone, incita le truppe cristiane. Il suo nome è Marco da Aviano, nato in Friuli nel 1631 da una nobile stirpe. 
E’ il consigliere e la guida spirituale dell’Imperatore Asburgico Leopoldo I. La battaglia tra i due eserciti opposti si trascina fino al tramonto, con risultati alterni per le due parti, in un gioco strategico di avanzate e ritirate, finché la Lega Santa, guidata da Re Polacco Jan III Sobieski conduce l’assalto finale che sbaraglia le truppe ottomane e l’ultima resistenza dell’accampamento nemico: venticinquemila tende tra le quali troneggia il padiglione verde dello stesso Kara Mustafa. 
Durante l’intera battaglia la figura di Marco da Aviano si staglia nel cielo in cima alla collina tenendo tra le mani il crocefisso, sollevato al cielo. Qualche giorno più tardi, Marco in persona porterà lo stendardo di Maometto a Roma e lo consegnerà nelle mani di Papa Innocenzo XI”. 

“La Mano di Fatima” si occuperà ancora del film. 
Intanto, per saperne di più, potete collegarvi con la pagina fb, sempre aggiornata e ricca di spunti interessanti e vedere il primo teaser trailer, il secondo e la presentazione del film.

sabato 9 marzo 2013

Aforismi: Nagib Mahfouz

"Alessandria finalmente! Alessandria goccia di rugiada. Esplosione di nubi bianche. Sei come un fiore in boccio bagnato da raggi irrorati dall'acqua del cielo. Cuore di ricordi impregnati di miele e di lacrime". 
Tratto da Mīrāmār, 1976, di Nagib Mahfouz (1911-2006)

venerdì 8 marzo 2013

8 marzo

8 marzo: un giorno di riflessione, per me, che vorrei condividere con voi attraverso il racconto breve che ho scritto pensando a questa occasione. 
Potete leggerlo sul mio blog "Divine Ribelli".
Buona lettura e buon 8 marzo :-)

sabato 2 marzo 2013

La Filosofia Islamica

Quando si inizia a parlare di filosofia per quel che concerne il mondo arabo islamico, il primo dubbio che si pone è proprio quello del nome. E’ più corretto parlare di filosofia araba o islamica? Oppure non vi è alcuna differenza rilevante? 

Da una parte, infatti, è vero che non tutti gli arabi sono musulmani e non tutti i credenti di fede islamica hanno una provenienza araba. Di conseguenza, dunque, se si parlasse di “filosofia araba” bisognerebbe includere anche i pensatori arabi, ma non musulmani. 

D’altra parte, però, occorre tenere presente il valore dell’arabo non solo come lingua parlata, ma anche come idioma del Corano. Da qui si sviluppò l’inscindibile legame tra la lingua e la religione. 

Il Profeta stesso era arabo, l’Islam è una religione nata tra gli arabi. Proprio per questo la “filosofia araba” potrebbe essere intesa nel suo senso più profondo, tenendo conto di questa identificazione tra lingua e religione e tra popolo e religione. Insomma, si riuscirebbe a marcare, cosi, l’aspetto “islamico” di questa filosofia. 

Proprio dal Corano, poi, nacquero le scienze islamiche come il diritto, per esempio (fiqh). Non solo: il problema del nome più corretto con cui riferirsi alla filosofia nata all’interno dell’Islam deve anche tenere conto della storia di questa religione e del suo popolo. 

Si può iniziare a parlare di pensiero filosofico vero e proprio solo a partire dal IX sec. quando l’Islam era già una religione ben salda, la cultura arabo-islamica aveva raggiunto il culmine ed il processo di arabizzazione era stato ormai ultimato dagli Omayyadi. 

Dunque la filosofia islamica si sviluppò nel periodo abbaside e si può considerare, in una prima fase, di matrice “araba”, dal momento che tutti gli elementi stranieri vennero da essa assorbiti.

Il momento dell’ascesa e del consolidamento del potere abbaside (750-850), infatti, corrispose al all’avvio del grande lavoro di traduzione delle opere filosofiche greche. 

Il secondo periodo (850-950), invece, vide la prima elaborazione di un pensiero filosofico-scientifico grazie a pensatori del calibro di Al-Kindi o Al-Razi. 

Infine, nel terzo ed ultimo periodo (950-1258), si avviò l’islamizzazione della filosofia araba. Uno dei personaggi di spicco fu Al-Farabi. 

Non si può dimenticare, inoltre, che la filosofia islamica nacque nella fase storica in cui l’autorità era sunnita e che, pur essendo un pensiero originale ed autonomo subì moltissime influenze esterne non solo greche, ma anche persiane, indiane, iraniche e cristiane.

Riguardo all’originalità della filosofia islamica si è dibattuto molto: alcuni la consideravano una semplice rielaborazione di temi greci soprattutto, mentre altri ne videro la ripresa di metodi ed argomenti esterni senza, però, negarne l’autenticità e l’autonomia. 

E’ ovvio il legame tra pensiero e religione islamica e la loro fusione è assolutamente innegabile. Il Corano venne studiato non solo dal punto di vista contenutistico, ma anche da quello linguistico. 

Proprio da qui si poté elaborare la teologia speculativa (kalam) che aiutò i musulmani a dialogare con ebrei e cristiani e a ribattere alle loro tesi religiose. 

Oggi si può ancora parlare di filosofia islamica? Di certo il pensiero filosofico islamico ha subito evoluzioni e trasformazioni al pari di quello occidentale. 

Bisogna, però, tenere conto del fatto che nell’epoca moderna la filosofia islamica non va solo vista come una continuazione di quella più antica, ma deve essere analizzata alla luce degli avvenimenti politici, sociali e culturali che hanno interessato il mondo arabo-islamico, ma anche quello occidentale. 

E’ da questa prospettiva che si possono guardare le nuove soluzioni filosofiche che propugnano un avvicinamento o, al contrario, un allontanamento dall’occidente o una ripresa di valori del passato islamico per dare una nuova interpretazione al presente. 


Bibliografia

Baffioni Carmela, “Storia della Filosofia islamica”, Mondadori, 1991;

Corbin Henry, “Storia della Filosofia islamica. Dalle origini ai giorni nostri”, Adelphi, 1991;

Ulrich Rudolph, “La Filosofia Islamica”, ed. Il Mulino, 2006.

martedì 19 febbraio 2013

Akhenaton: faraone eretico?

Una nuova sezione dedicata all'Egitto, alla storia antica, moderna e contemporanea di questo importantissimo Paese. Si inizia con uno dei faraoni più celebri e discussi: Akhenaton.
Buona lettura :-) 

Su Akhenaton (Amenhotep IV) si è detto e scritto moltissimo. Per alcuni fu un faraone eretico, fondatore di una sorta di “religione rivelata”, mentre per altri questa “etichetta” è quanto di più lontano ci sia dalla verità. Dov’è la verità? Chi fu veramente Akhenaton e come influì il nuovo culto di cui si fece promotore sull’intero Egitto?

Il destino di un faraone 

Akhenaton, sovrano della XVIII dinastia (Nuovo Regno, XVI-XIV sec. a.C.) era figlio di Amenhotep III e della Grande Sposa Reale Tyi. Il padre di quest’ultima era Yuya, funzionario, cancelliere e sacerdote di Amon, la madre Tuya, nobile egizia ed il fratello Ay, vizir di Amenhotep III e futuro faraone. 

Akhenaton aveva un fratello maggiore, Thutmose, che morì prematuramente. Così, quando anche Amenhotep III raggiunse l’aldilà, il regno venne ereditato dal figlio minore. A quanto si sa Akhenaton ebbe due spose: la celebre Nefertiti, Grande Sposa Reale, probabilmente figlia di Ay e Tyi II (dunque nipote di Yuya e Tuya) e la favorita Kiya, che per molti studiosi fu la madre di Tutankhamon

Akhenaton regnò da solo a partire dal 1378-1352, ma la sua precedente coreggenza con Amenhotep III non è ancora un dato certo e gli studiosi dibattono ancora oggi. Padre e figlio provarono a difendere il regno dagli Ittiti, ma Akhenaton perse molti territori di provincia vitali per l’economia dell’Egitto. Il nuovo sovrano si fece incoronare a Karnak, da ciò si è ipotizzato che, almeno in un primo momento, non fosse in aperto contrasto con i sacerdoti di Amon.

La sua titolatura comprende il “nome di incoronazione” Neferkheperura, “le trasformazioni di Ra sono perfette” e l’epiteto Uaenra, che vuol dire “l’unico di Ra”. Fu nel secondo anno del suo regno che Akhenaton decise di elevare Aton al rango più elevato, fino a quel momento appartenuto ad Amon


La riforma religiosa e la fondazione di Akhetaton

Tra il quarto ed il sesto anno cambiò il suo nome da Amenhotep ad Akhenaton ("gradito ad Aton") ed anche la sua titolatura reale. Nel quinto anno del regno, Akhenaton diede iniziò ai lavori per la costruzione di Akhetaton ("l’Orizzonte del Disco"), situata sulla riva orientale del Nilo.

Nell’idea del faraone la nuova città avrebbe dovuto eguagliare in tutto e per tutto Tebe, diventando una vera e propria capitale, un nuovo centro politico, amministrativo e culturale. Il nuovo culto dedicato ad Aton e la chiusura dei templi a Karnak gli inimicarono il potente clero di Amon. 

A dire il vero questi cambiamenti non hanno nulla a che vedere con una “religione rivelata”, ma seguono la scia dei culti di Heliopolis, a loro volta derivanti da quella che Grimal chiama “solarizzazione” degli dei più importanti, come Amon nella forma sincretista di “Amon Ra”. Questa tendenza, inoltre, ebbe inizio già nell’Antico Regno. Molti studiosi, tra cui lo stesso Grimal, sostengono che sia una forzatura parlare, in questo caso, di monoteismo vero e proprio. 

Akhenaton adorò il Disco solare, già presente nella teologia di Heliopolis durante l’Antico Regno. Il faraone riuscì a concentrare in esso le caratteristiche creatrici divine, rendendo più semplice al popolo percepire il divino senza intermediari, nella sua manifestazione tangibile. Ad Aton attribuì anche il culto funerario, ma Osiride non scomparve dal pantheon egizio. 

La riforma religiosa, però, non uscì, di fatto, dalla cerchia reale trasferitasi nella nuova città. Il popolo, in special modo le classi più umili, continuò a vivere seguendo le tradizioni religiose ed il culto di Aton non apparve poi cosi “rivoluzionario”, dal momento che la sua “struttura” teologica si inscriveva in un solco religioso già tracciato. Inoltre il popolo non si occupava certo di simili speculazioni mistico-teologiche. 

I veri cambiamenti portati dal culto di Aton si ebbero, invece, nel settore economico ed in quello artistico. 


Arte ed economia 

Akhenaton, come già accennato, fece chiudere molti templi, confiscando i beni del clero. Da una parte questo accrebbe l’importanza dell’amministrazione centrale, ma dall’altra innescò il problema della corruzione ed alterò il sistema dell’economia del regno, vanificando il ruolo degli apparati locali. 

Dal punto di vista letterario si continuarono ad insegnare i testi classici, ma i nuovi componimenti poetici si caratterizzarono per una maggiore libertà espressiva. Non solo: la lingua popolare venne introdotta nei testi ufficiali, fino a quel momento redatti nella lingua classica dell’Antico Regno.

Il “realismo” artistico è, forse, ciò che più salta agli occhi osservando i capolavori giunti fino ad oggi. Non solo venne rinnovata la moda, ma anche il modo di raffigurare i sovrani (e non solo): maggiore attenzione ai particolari (per esempio il disegno degli occhi nelle orbite), forme del corpo più accentuate, il celebre “allungamento” degli occhi che assunsero, cosi, la caratteristica forma a mandorla, e quello dell'ovale del volto.

Proprio a causa di queste peculiarità si pensò per molto tempo che Akhenaton fosse affetto da deformità, ma nuovi studi hanno rivelato che si tratta solo di una nuova concezione artistica del corpo umano. 

Il vero cambiamento, davvero rivoluzionario, fu l’introduzione di scene di vita quotidiana nelle rappresentazioni della famiglia reale. I personaggi sono naturali, esprimono sentimenti ed un senso di intimità familiare mai visto prima.

La cosa interessante sta nell’affetto e nel rispetto che univa i due coniugi ed è visibile anche nelle raffigurazioni. 


Conclusioni 

Akhenaton ed Aton furono soggetti, dopo la morte del faraone, alla damnatio memoriae, ragion per cui è molto difficile ricostruire con esattezza la successione. La tomba del faraone venne individuata nel 1917, nella Valle dei Re. Si tratta della KV55.

Si arrivò ad identificare la mummia del faraone solo attraverso studi ed esami, poiché nella toma ogni iscrizione era stata rimossa a colpi di scalpello. 

Ancora oggi Akhenaton è considerato uno dei più grandi faraoni della Storia d’Egitto


Bibliografia 

Grimal Nicolas, "Storia dell'Antico Egitto", ed. Laterzia, 2003; 

Cimmino Franco, "Akhenaton e Nefertiti. Storia dell'eresia amarniana", Bompiani, 2002.

sabato 16 febbraio 2013

Intervista per il sito "Talento nella Storia"

Con grande piacere pubblico qui l'intervista che ho rilasciato al sito "Talento nella Storia" (con il quale presto inizierò una collaborazione), riguardante i progetti dei miei blog, "La Mano di Fatima", "Divine Ribelli" e del mio sito dedicato ad Angelica la Marchesa degli Angeli.  
Grazie a Talento per l'interesse dimostrato nei confronti del mio lavoro :-)

venerdì 8 febbraio 2013

La casa del Profeta Muhammad e le prime moschee

La Grande Moschea di Medina e la tomba del Profeta (XIX sec.)
Le abitazioni dei primi musulmani non avevano uno stile architettonico vero e proprio. 
I beduini si servivano della tenda mentre, mentre nei grandi centri di La Mecca e Medina non esistevano delle tradizioni consolidate in tal senso.

Anche la moschea cosi come la si conosce oggi è il risultato di esperienze, pensiero e tentativi avvenuti nel corso degli anni, non di un’idea istantanea o preesistente. Le prime moschee di cui si hanno notizie sono quelle sorte in Iraq; la prima, a Bassora, consisteva solo di un perimetro tracciato con delle fascine, la seconda, a Kufa, risale al 638 e non aveva mura, ma solo un fossato e quattro frecce scagliate nei punti cardinali a delimitarla.

Nel 641-642 ad Al Fustat il conquistatore dell’Egitto Amr Ibn Al-As fondò una piccola moschea senza corte (venne aggiunta in seguito) che si ispirava alla sala ipostila egiziana.
La semplicità e l’essenzialità di questi primi luoghi di culto è data dal fatto che i musulmani, per pregare, hanno bisogno solo di sapere la direzione della preghiera e di uno spazio abbastanza ampio da accogliere tutti i fedeli. 

Moschea di Roma
Con il tempo, però, per questioni di comodità si preferirono gli spazi coperti e la moschea divenne non solo un luogo di preghiera sacro ed inviolabile, ma anche tribunale, scuola in cui si insegnava il Corano e punto d’incontro per prendere le decisioni riguardanti la comunità.

L’architettura delle moschee venne influenzata dallo schema adottato già nelle sinagoghe e dalle basiliche presenti nella nelle zone romane d’Oriente. 

In origine, inoltre, la direzione della qibla era segnalata dallo stesso Profeta piantando una lancia al suolo, ma solo dall’VIII sec. evidenziata attraverso il mihrab (nicchia). Esclusivamente nella moschea della comunità (masjid al-jama’a) si trova il minbar, ossia il seggio del Califfo, capo della comunità, o di un suo rappresentante, dal quale viene pronunciata la khutba (discorso, sermone) che in un primo momento era solo un discorso politico pronunciato il venerdì e tutte le volte che il capo doveva riferire su importanti questioni legate alla vita della comunità. 

Interno della moschea di Roma
Tra i modelli che ispirarono la struttura della moschea non si può dimenticare la casa del Profeta Muhammad a Medina. Costruita su un terreno quadrato di circa cinquanta metri per lato, l’abitazione appariva molto modesta, sul modello dei caravanserragli e circondata da un muro di mattoni alto circa tre metri. Sul lato nord, sotto una tettoia costruita con il fango, alloggiavano i seguaci meno abbienti del Profeta, che lo avevano seguito da La Mecca; a sud vi era un altro portico che il Profeta Muhammad usava per pregare e ricevere visite e sul lato orientale si alzavano le capanne di fango delle sue mogli.

La casa del Profeta mantenne il carattere privato fino alla morte del terzo califfo Uthman, quando Medina divenne una semplice provincia, una sorta di “città dei ricordi” e la casa divenne un monumento sacro del passato e della gloria di Muhammad. 

Da qui sorse la moschea che tutti conoscono, un’ampia sala circondata da una corte e dai portici, ma il processo per arrivare a ciò non fu breve e subì l’influenza di diversi stili architettonici ed artistici.

 Il “viaggio” del blog tra le moschee più belle e famose del mondo proseguirà nei prossimi post, perché l’arte e l’architettura islamica meritano di essere conosciute per l’originalità e la raffinatezza. 


Bibliografia 

Scerrato, “Le Grandi Civiltà-Islam”, Mondadori, Milano 1972;

Bausani, “Islam”, Garzanti, 1999